Pensieri di un Medico Libero

«Dottore, lei cosa farebbe?»

2 Gennaio 2023

È una delle domande che mi mettono più in difficoltà, non perché non sappia cosa rispondere, ma perché, dopo tanti anni di Medicina, ho imparato che qualche volta la risposta più immediata è anche quella meno utile.

«Dottore, lei cosa farebbe?» Me lo chiedono i pazienti, me lo chiedono i figli per i genitori, me lo chiedono soprattutto le madri e i padri quando devono decidere qualcosa per un bambino.

E ogni volta sento il peso nascosto dentro quella domanda perché spesso non significa soltanto: Qual è la scelta migliore? Significa: Mi aiuti ad avere meno paura di sbagliare.

Noi medici siamo stati educati a dare risposte, diagnosi, prognosi, terapie, percentuali, linee guida. Abbiamo imparato che l’incertezza deve essere progressivamente ridotta, circoscritta, possibilmente eliminata.

Eppure più esercito la Medicina, più mi accorgo che esiste un punto oltre il quale la conoscenza scientifica non può scegliere al posto della persona. Può dirci che una terapia funziona, quanto funziona, può mostrarci rischi e benefici, può confrontare alternative, ed è indispensabile che lo faccia. Ma poi, davanti a noi, non c’è una popolazione statistica, c’è una persona, con la sua storia, le sue paure, le sue convinzioni, i suoi figli, il suo modo di immaginare il futuro.

Forse è per questo che non mi è mai piaciuta molto l’espressione “ottenere il consenso”. Ottenere: come se il consenso fosse qualcosa che il medico deve conquistare prima di procedere. Una firma, un’autorizzazione, una formalità necessaria.

Preferisco pensare che il consenso sia qualcosa a cui medico e paziente arrivano, non necessariamente pensando la stessa cosa o necessariamente scegliendo ciò che il medico avrebbe scelto per sé, ma avendo attraversato insieme abbastanza domande.

Qualche volta il paziente, alla fine, mi domanda ancora: «Quindi, Dottore, lei cosa farebbe?» Allora rispondo, perché il medico non deve nascondersi dietro una neutralità che qualche volta è soltanto un altro modo di lasciare sola una persona: dico ciò che penso, dico che cosa consiglierei e provo a spiegare perché.

Ma cerco di ricordarmi una cosa: la persona che ho davanti non è venuta da me perché io possa vivere la sua vita al posto suo, ma è venuta perché la mia conoscenza possa aiutarla a vivere meglio la propria. Forse il confine tra autorità e autorevolezza passa proprio da qui. L’autorità dice: Farei questo. Quindi faccia questo. L’autorevolezza prova a dire: Questa è la strada che le consiglio. Ora cerchiamo insieme di capire perché.

Dopo tanti anni continuo a pensare che uno dei momenti più alti della Medicina non sia quello in cui un paziente ci obbedisce, ma è quello in cui finalmente comprende e qualche volta decide, anche con paura, anche diversamente da come avremmo scelto noi.

Forse essere medici significa anche imparare a rimanere lì, accanto a quella libertà … senza impossessarsene.